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Le Cripte di Ceranesi

Scritto da Daniele on . Postato in Santa Maria Assunta Ceranesi

Le cripte della Chiesa di Ceranesi sono un antico cimitero. Non si hanno notizie circa l’epoca in cui vennero costruite: si può solo presumere con un alto grado di probabilità che esse non esistessero prima dei grandi lavori di ribaltamento e ampliamento della chiesa, a cavallo fra Cinquecento e Seicento. Dai documenti rinvenuti nell’Archivio Parrocchiale, tuttavia, si può tentare una ricostruzione un po’ più precisa.


Il registro più antico contenente atti di morte, conservato nell’Archivio Parrocchiale, data a partire dal 1593[1]. Le annotazioni di morte risalenti a quell’epoca e fino ai primi decenni del secolo XVII sono molto essenziali: del defunto vengono indicati la data del decesso, il nome e il cognome, la paternità e, per le donne sposate, il nome del marito (es: + die 23 Septembris 1630 Maria filia Jacobi Piccaluga obijt; ovvero “il 23 settembre 1630 Maria, figlia di Giacomo Piccaluga, morì”). In questi atti non si fa menzione, però, del luogo di sepoltura. Con l’arrivo del nuovo arciprete Giovanni Battista de Negri, intorno al 1650, a questi scarni dati venne aggiunta una nota importante, vale a dire se il defunto, prima di morire, avesse ricevuto o meno i Sacramenti. Dal 1654 lo stesso arciprete de Negri iniziò a indicare anche il luogo della sepoltura, che risulta sempre la chiesa. Diverse sono le formule adoperate: “…in nostra Parochia Sancte Marie Ceranesi sepultus est”, “…in nostra parochiali ecclesia Sancte Marie Ceranesi sepultus est” e talvolta l’antichissimo titolo “…in nostra archipresbyterali ecclesia Sancte Marie Ceranesi…”. Parrebbe dunque che, almeno dal 1654, le sepolture avessero luogo in chiesa, nelle cripte oggi ritrovate.
Il documento più antico che faccia esplicita menzione dei sepolcri sotterranei risale però solo all’11 gennaio 1735, quando i Massari della chiesa “essendo rovinato il volto [ossia la volta] d’una sepoltura insieme col muro che al didentro il sostentava ... e non potendosi rifare, se prima non si levino i cadaveri”[2] chiedono alla curia di Genova l’autorizzazione (poi concessa) a rimuovere i resti dei defunti per procedere alla ristrutturazione. Tale circostanza ci consente di dedurre che le cripte dovessero essere in funzione già da diverso tempo. Un atto di morte redatto circa un mese dopo (18 febbraio 1735) specifica in margine che la defunta Maria Maddalena Parodi “in recenti sepulcro restaurato prima fuit universe familie gentium dicato”[3]: la sepoltura restaurata sembrerebbe quindi quella destinata alla comunità.
Una luce più chiara sul numero e sulla diversa funzione delle cripte viene gettata da due testimonianze che vedono protagonista, a distanza di 17 anni, l’arciprete Lorenzo Parodi. Si tratta, in entrambi i casi, di relazioni redatte in occasione di una visita pastorale: quella dell’Arcivescovo di Genova Saporiti (14 maggio 1754) ci informa che “quattuor extant defosse in dicta ecclesia sepulture quarum due particularium hoc est de familia Pittaluga et Parodi, et alia due communes in quibus promiscue[4]”; la seconda (Arcivescovo Lercari, agosto 1771) riferisce che “Vi sono n. 5 Sepolture; una per li RR. Sacerdoti, due della Communità, e due di Famiglie particolari cioè Parodi e Pittaluga senza distinzione di maschi e di femine ne di fanciulli”.
Confrontando tali relazioni si può ragionevolmente affermare che la cripta dei sacerdoti, in origine non prevista, sia stata costruita in un secondo momento proprio dall’arciprete Lorenzo Parodi. Anzi, pare che egli sia stato il primo parroco ad esservi sepolto, come si deduce attraverso il confronto tra l’atto di morte dell’arciprete Giovanni Battista Parodi (1 aprile 1750), suo zio e predecessore, e quello dello stesso Lorenzo (27 maggio 1793): nel primo si legge genericamente “sepultus in hac ecclesia”; nel secondo si specifica “sepultus in sepulcro sacerdotum”[5].
Il numero delle cripte è destinato ad aumentare nuovamente. Ecco quanto annota 50 anni dopo l’arciprete Francesco Levrero nella sua relazione per la visita pastorale dell’arcivescovo Lambruschini (3 ottobre 1821)[6]: “Sette sono le sepolture in detta chiesa, cioè una per i RR. Sacerdoti, la 2 per li uomini, la 3 per le Donne, la 4 per i Bambini, e trè altre pretendosi particolari senza esservi alcun documento né Libri, cioè una da detta Famiglia Pittaluga, e le altre due da Parodi, e Parodi di diverse famiglie”.
Emergono importanti novità: sono state aggiunte la cripta dei Bambini e quella di un’altra famiglia Parodi; gli uomini e le donne vengono seppelliti separatamente, a differenza di quanto avveniva in precedenza; non risulta (all’arciprete Levrero come a noi oggi) alcun atto ufficiale che certifichi l’effettiva proprietà delle tombe di famiglia.

La situazione descritta da don Levrero non subì ulteriori mutamenti, come attesta la descrizione fornita dall’arciprete Francesco Olcese nel 1889[7], che aggiunge altresì importanti dettagli: “Sotto la balaustra dell’Altar Maggiore, nel mezzo, stanno le ceneri delli Arcipreti Defunti. Di fianco a questo sepolcro, a sinistra mirando l’Altar Maggiore v’è la Tomba dei Pittaluga, olim di Piancapriolo[8]. Dalla medesima parte, presso il pulpito v’è Sepultura Virorum [“degli Uomini”]; dalla parte opposta la Mulierum [“delle Donne”]. Nel mezzo della chiesa, un po’ più sotto la metà, v’è probabilmente il Sepulcro dei Valliscioni (Valligiani?)[9]. In fondo, anche nel mezzo, circa a 3 metri dalla Porta Maggiore il Sepolcro degli Innocenti [10] (talium est enim regnum celorum [11]). In ultimo dalla parte del campanile, presso al confessionale che mira la porta laterale d’ingresso v’è il Sepolcro di Lorenzo Pallodio… ma di quali Parodi? Tutte queste sepolture sono tutte in parte piene di ossa, specie la Viror., Mulier., Pittal., Pallodi. Ben finita con scala materiale è la Archipresbyt. e l’altra dei Vallixioni dove tutti i morti si vede eran deposti con cassa[12]”.
 
Le cripte, nella loro configurazione definitiva, consistevano dunque in sette sale indipendenti, delimitate da pareti in pietra e volta a botte (parte in pietra e parte in laterizio). Ognuna di esse era accessibile esclusivamente attraverso un “chiusino”, posto sul pavimento della chiesa, che veniva aperto unicamente per procedere all’operazione di sepoltura. I chiusini, di forma quadrata, erano costituiti da due lastre sovrapposte, quella inferiore di ardesia o pietra, e quella superiore di marmo, conforme al pavimento; tra le due lastre, un interstizio di parecchi centimetri, riempito di sabbia o terra, fungeva da cuscinetto per isolare la cripta dalla chiesa. I corpi venivano deposti nella cripta dopo le esequie. La divisione dei defunti avveniva per sesso, età e censo.
Il 21 marzo 1804, il Codice Civile napoleonico (emanato in Francia ma in séguito applicato anche in Italia) vietò la sepoltura all’interno delle chiese e nei centri abitati, favorendo la nascita dei moderni cimiteri (Editto di Saint-Cloud). Tuttavia, dagli atti di morte di Ceranesi, risulta che l’ultimo defunto ad essere sepolto “in hac ecclesia” fu Bartolomeo Risso, il 21 Agosto 1835: qui le leggi napoleoniche trovarono quindi piena applicazione solo trent’anni dopo la loro emanazione, quando fu ultimato, su terreno di proprietà della chiesa, l’attuale cimitero. L’atto di morte successivo, infatti, indica che il 6 settembre 1835 “Catharina Grondona ... annorum 12 ... prima in Cemeterio huius Parochie sepulta est”[13]. Il cimitero conserva a tutt’oggi diverse lapidi antiche, tra cui quella di “Maria, vedova di Francesco Parodi”, morta nel 1837, e quella di “Maria Rosa Molinari”, morta nel 1840, collocate tra le cappelle private dei Pittaluga e dei Roncallo.
Nel 1889 fu decisa la realizzazione di un nuovo pavimento della chiesa. Da oltre cinquant’anni le cripte erano ormai cadute in disuso: in quell’occasione, forse per dare una miglior continuità al disegno creato con i marmi bianchi e bardiglio, forse per proteggere meglio la chiesa da eventuali fuoriuscite di esalazioni, i chiusini di accesso vennero rimossi e le aperture sigillate. Nel quaderno dei lavori compilato dall’arciprete Francesco Olcese si legge: “10 luglio 1889. Funnz. pro sepultis in Ecclesia: fatto con ceri sopra sepolcri tutti aperti”: dopo aver celebrato una Messa in suffragio di tutti i defunti ospitati nelle cripte, si procedette a chiudere le botole e a livellare il fondo per la posa del pavimento. Si tratta dello stesso pavimento sopravvissuto fino ad oggi, o meglio fino all’inizio della grande opera di restauro cominciata nel 2006.

Nel corso dei lavori di consolidamento e risanamento delle murature e dei pilastri della chiesa, si stabilisce di trasportare nel vicino cimitero le spoglie mortali delle numerosissime persone sepolte nelle cripte, con il duplice scopo di realizzare le ristrutturazioni nel pieno rispetto dei defunti e, nel contempo, di recuperare e valorizzare questi ambienti sotterranei ricchi di suggestione. L’Amministrazione Comunale mette a disposizione un appezzamento di terreno nella parte nuova del cimitero. Per il trasferimento delle ossa (una massa impressionante), sono necessari quindici carichi di trattore e il lavoro incessante di sette volontari: attraverso un calcolo approssimativo, ma piuttosto verisimile, effettuato consultando i registri parrocchiali, è stato possibile stimare la presenza di oltre duemila salme. Viene realizzata una fossa comune, denominata “Tomba degli Avi”, ornata di una croce e di una targa a ricordo dei nostri antenati scomparsi tra il 1654 e il 1834.
Dopo aver rimosso il pavimento in marmo della chiesa, messe in sicurezza le volte delle cripte, ricostruita la soletta, i volontari si dedicano alla ristrutturazione degli antichi sepolcri.
Vengono aperti piccoli varchi nei muri divisori per consentire il passaggio da una stanza all’altra; viene eretto un nuovo arco di mattoni in luogo della tramezza che separava la sala degli Uomini da quella delle Donne; una nuova, comoda scala scende nella sala della famiglia Pittaluga e da essa consente l’accesso a tutti gli ambienti; le pareti e le volte vengono lavate con idropulitrice e disinfettate con appositi prodotti; le pietre “spazzolate” ad una ad una e stuccate con malta cementizia; lo stesso avviene per le scale che consentivano l’accesso alla sala degli Arcipreti e a quella dei Valliscioni: esse, infatti, anche se inutilizzabili, sono conservate a testimonianza della loro funzione originaria.
Il pavimento primitivo, in terra battuta, rivestito da una soletta in cemento armato, viene piastrellato con mattonelle in cotto artigianale toscano, posizionate secondo diverse tipologie di disegno.

Merita una menzione particolare la Cripta degli Arcipreti. Molto piccola, chiusa da un cancello in ferro battuto, ospita oggi un piccolo altare in mattoni, sul quale è posto un Crocifisso. Sotto il pavimento, una cassetta di zinco contiene i resti di almeno quattro degli Arcipreti che trovarono sepoltura nella Cripta: infatti, a differenza degli altri defunti, si è scelto di lasciare le spoglie dei sacerdoti nella loro collocazione originaria. Si tratta di:
- don Lorenzo Parodi (nato a Ceranesi, ca. 1709; arciprete di Ceranesi 1743-1793; morto il 14 settembre 1793, all’età di 84 anni);
- don Francesco Levreri (nato a San Biagio, ca. 1759; arciprete di Ceranesi 1793-1835; morto il 24 dicembre 1835, all’età di 76 anni);
- don Francesco Toso (nato a Genova, ca. 1804; arciprete di Ceranesi 1836-1843; morto il 9 aprile 1843, all’età di 39 anni);
- don Pietro Oggiero (nato a Genova, ca. 1814; arciprete di Ceranesi 1849-1852; morto il 26 marzo 1852, all’età di 38 anni).
In una nicchia nella parete destra, ricavata nel corso dei lavori, è visibile una piccolissima parte delle ossa rinvenute nelle cripte: esse attendono, insieme agli Arcipreti e a tutti i defunti, la Risurrezione finale.

 


 

[1] Tutti i registri parrocchiali contenenti atti di battesimo, , di matrimonio, di morte datano a partire dal 1593. Gli atti di morte fino al 1619 sono contenuti nel primo registro degli atti di battesimo (1593-1679).
[2] ASD, Ceranesi 1176.
[3] AP, “Liber Mortuorum” 1679-1747, c. 44r: “Fu la prima [ad essere sepolta] nel sepolcro recentemente restaurato, dedicato alla comunità universale”.
[4] ASD, Visite Pastorali 25, c. 48v: “Nella detta chiesa, sono presenti quattro sepolture interrate di cui due sono particolari cioè delle famiglie Pittaluga e Parodi e le altre due sono comuni, nelle quali si seppellisce promiscuamente”.
[5] AP, “Liber Mortuorum” 1747-1838, c. 3v e cc. 40v-41r.
[6] ASD, Visite Pastorali 54, c. 123r.
[7] AP, “Lavori pubblici 1885-1889”, c. 4v-5r.
[8] Oggi “Piancraiolo”.
[9] Una famiglia ricca, temuta e rispettata, il cui nome può forse significare “abitanti della valle (Padana?)”.
[10] I bambini: il tasso di mortalità infantile era molto elevato.
[11] “Di essi infatti è il regno dei cieli”: citazione da Mt. 5,3.
[12] I defunti venivano praticamente gettati dalle aperture ricavate nel pavimento, sistemati in una bara di legno o, per chi non poteva permettersela, avvolti in semplici lenzuoli; solo gli Arcipreti e i Valliscioni, deposti nella bara, erano trasportati nella sala a loro riservata mediante una scala in pietra e disposti in modo ordinato.
[13] AP, “Liber Mortuorum” 1747-1838, c. 73v: “Caterina Grondona, di anni 12, fu sepolta per prima nel Cimitero di questa parrocchia”.